ARTEUMANZE terza edizione

Un giorno stavo mangiando un piatto di tortelli e un signore con la barba bianca e due occhi molto acuti, mi ha chiesto se ero un buon camminatore.
Io sono rimasto lì con la forchetta in mano e un tortello infilzato sopra.
Da come mi guardava mi aspettavo la solita storia di tutti i posti e i sentieri che quel signore aveva fatto e io no, così come del peso e degli zaini e anche dei figli che si era portato in spalla e io no, per arrivare alla fine a dire, ma senza dirlo, che lui era un buon camminatore e io invece solo un mangiatore di tortelli, che a pensarci bene, quel giorno lì in particolare, era anche vero.
Ma il signore con la barba bianca e due occhi acuti a un certo punto, quando forse stava per introdurre il discorso degli zaini e del peso sulle spalle, ha detto una cosa diversa che mi ha fatto pensare e mi ha anche fatto smettere di mangiare i tortelli, almeno quella volta lì.
Il signore con la barba acuta ha detto che un buon camminatore si riconosce da due cose: dal fatto di riuscire a trovare il proprio passo, anche quando si mette sui sentieri che molti altri hanno già percorso, e dal riuscire ad ascoltare sempre, o quasi, la musica e la voce di quel passo.

Ecco io tutte queste cose, del buon camminatore della barba dei tortelli della musica dei passi e degli occhi acuti, mi è capitato di ripensarle pochi giorni dopo, quando il mio amico Berry, mentre si beveva un aperitivo al bar, mi ha chiesto di scrivere un pezzo d’introduzione per ArteUmanze 2013.
Ho pensato subito a due piccole frasi che accompagnano da sempre questo strano progetto (strano perché ci fa tutti un po’ stranieri e straniti e per questo anche più vicini) e cioè ho pensato alle parole poetiche di transito e sentieri di umana natura e poi mi sono chiesto se si può dire che gli artisti di ArteUmanze, per via di quelle parole lì scritte in corsivo e delle due cose che mi aveva detto il signore dalla barba, sono o non sono dei buoni camminatori.
Ho pensato anche al fatto che ArteUmanze ha sempre una mappa di riferimento e su questa mappa si trovano luoghi e in questi luoghi accadono cose che nascono dall’incontro tra gli uomini e la natura, facendo in modo che l’uomo parli insieme con la natura, ma soprattutto che l’uomo ascolti, quello che la natura da sempre dice, ma senza dirlo.
Gli uomini, mi sono detto quel giorno, quando sono tornato a casa e avevo bevuto un bicchiere con il mio amico Berry, sono da sempre in transito, di passaggio e per essere poeti devono continuare a muovere il corpo, cioè camminare, devono continuare a muovere le mani, cioè creare, devono continuare a muovere parole e cose che si trovano nella loro testa, cioè pensare e immaginare.
Poi un sentiero, mi sono detto ancora dopo questo primo pensiero, è proprio qualcosa che somiglia a un segno ma anche a un senso, è un solco come quelli dell’aratura, una linea variabile che unisce qualche punto, una distanza che si può abitare, come uno spazio che si attraversa. In questo spazio l’uomo e la natura dovrebbero diventare amici, complici, uno la parte dell’altro, ospiti l’uno del vuoto e nel vuoto dell’altro.
Poi alla fine, mentre ripensavo ancora al giorno dei tortelli e della barba, ma anche al giorno del bicchiere col mio amico Berry, ho ripassato mentalmente le facce e le mani e gli occhi di quasi tutti gli artisti di ArteUmanze. E allora mi sono detto che ci sono camminatori che camminano con le gambe, camminatori che camminano con i piedi, camminatori che camminano con le mani, camminatori che camminano con gli occhi e altri camminatori che camminano con gli orecchi o con il naso o anche senza muoversi da casa loro.

Ma che tutti, proprio tutti, in questo camminare senza zaini e a volte senza meta, non fanno altro che cercare il proprio passo, accordarlo dove possibile a quello degli altri e insieme provare a suonare una musica che c’entra con l’uomo e la natura, con il dialogo che fanno, anche senza parlare, forse soltanto per il fatto inevitabile che si attraversano, l’uomo e la natura, e in questo attraversamento, in questo sconfinamento, nasce d’incanto una poesia di passaggio, che poi alla fine somiglia molto a un canto, una musica di passi, come voci che si cercano, anche quando sei seduto e in mano hai soltanto una forchetta, magari con un tortello infilzato sopra.

Emanuele Ferrari